Voltaire scriveva che “la civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri”. È famoso il detto di M. Ghandi “la civiltà di un popolo si misura da come tratta gli animali”. Avvicinandoci ai giorni nostri, possiamo citare Sergio Mattarella che, con formula analoga, parla di “persone con disabilità”, passando per il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso che accende un faro sui “fragili” della società. Definizioni che mettono in relazione il “livello di civiltà” con la nostra capacità di “affrontare eticamente” alcune problematiche sociali nel rispetto di valori quali inclusività, uguaglianza, dignità, pari opportunità per tutti gli individui.

Caporalato e sfruttamento del lavoro nei campi – e non solo

In questo secondo appuntamento di esplorazione delle problematiche che ruotano intorno al nostro Mercatino Solidale al Celacanto, punteremo l’attenzione sul problema del caporalato, piaga sociale irrisolta nel mezzogiorno e nel resto d’Italia. Fa specie notare come, dai tempi di Gramsci e Di Vittorio ad oggi, il nostro processo di civilizzazione si sia sostanziato semplicemente nella sostituzione della classe sociale da sfruttare e sottopagare nei campi. Noi, contadini di un tempo, abbiamo progressivamente abbandonato il lavoro in campagna alle dipendenze dei padroni, facendoci sostituire dall’esercito di migranti, in massima parte extracomunitari, che oggi sono alla base della filiera produttiva agroalimentare.

Alcuni anni fa fecero grande clamore le notizie dello “sciopero” dei braccianti di Nardò del 2011 e la ribellione dei braccianti di Rosarno del 2010. Migliaia di persone ridotte in schiavitù, con orari di lavoro massacranti, con paghe da fame, costrette a vivere in situazioni igienicamente inaccettabili. Organizzati da caporali e sotto-caporali. “Perché i caporali non possono gestire tutto. Il caporale può avere quattro o cinque campi di raccolta e manda i suoi assistenti a gestire i lavoratori. Ha una squadra, ha gli autisti, degli assistenti, ha i cuochi. A Nardò c’era il ‘capo dei capi’, era un tunisino. Poi c’erano altri caporali che lavoravano per lui. Nell’agro di Nardò erano tra 15 e 20 e controllavano tra i 500 e i 600 lavoratori” (Yvan Sagnet, portavoce dei braccianti che hanno organizzato lo sciopero di Nardò nell’estate del 2011, in una intervista a Il Fatto Quotidiano). Ad oggi la situazione non è cambiata. Il tutto in favore di imprenditori che, a loro volta, vendono i propri prodotti alla grande industria alimentare, la quale li trasforma e li fa arrivare nelle nostre case attraverso la Grande Distribuzione Organizzata. Così, se oggi siamo felici di acquistare il nostro vasetto di passata di pomodoro per cinquanta centesimi o poco più, quanto dovremmo pagarlo per assicurare una paga e condizioni di vita dignitose a chi lavora nei campi? Noi consumatori finali siamo disposti a pagare di più per salvaguardare il lavoro dei migranti? Per ora abbiamo ampiamente dimostrato che non siamo disposti a farlo! O meglio, non siamo nelle condizioni di farlo. Per far questo non basta semplicemente reprimere le illegalità, si tratta di riorganizzare il modello di business di interi comparti dell’industria alimentare, con evidenti ripercussioni sul consumatore finale in termini di prezzo finale.

Controlli e prevenzione

In effetti, i controlli e gli interventi delle autorità competenti non mancano, probabilmente dovrebbero essere più costanti e capillari. In una indagine conoscitiva della Camera dei Deputati sul fenomeno del caporalato in Italia, realizzata tra il 2018 e il 2021, si riporta che nel 2019 sono state effettuate 263 operazioni di cui 125 nel settore agricolo per un totale di 1488 lavoratori coinvolti, dei quali 751 in “nero”, pressoché tutti stranieri.

Fonte: Ispettorato nazionale del lavoro. Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale Anno 2019.

L’intensificazione dei controlli dovrebbe essere affiancata da una opportuna attività di prevenzione, onde evitare a monte che le situazioni di sfruttamento ampiamente note sull’intero territorio nazionale possano verificarsi con tanta facilità. Nella stessa indagine conoscitiva prima menzionata si legge anche che l’impianto della legge n. 199 del 2016 si è rivelato largamente inattuato relativamente alla parte preventiva. Gli strumenti di contrasto allo sfruttamento illecito della manodopera andrebbero integrati e rafforzati, sia attraverso la piena attuazione della legge sul versante della prevenzione, sia attraverso la previsione di interventi diretti a rimuovere gli squilibri e le distorsioni della produzione agro-alimentare destinati a ripercuotersi negativamente anche sulle dinamiche del lavoro agricolo. Insomma, come anticipato poco fa, anche a detta dei nostri parlamentari servirebbe una vera e propria rivoluzione culturale che ci facesse dismettere l’atteggiamento di rifiuto nei confronti degli immigrati (che, oggi, quando devono sgobbare nei campi ci vanno molto bene, purché rimangano nei loro ghetti lontani dai nostri sguardi suscettibili) e, soprattutto, ci facesse riscoprire sotto una nuova luce il valore del lavoro, elemento fondativo della nostra Repubblica.

Lavoro: un diritto-valore

L’argomento è articolato e complesso, riguarda ambiti fortemente specialistici e di difficile interpretazione, fino ad investire il grado di maturità delle nostre democrazie occidentali. Ancora una volta, in questo scenario, ciò che possiamo fare come cittadini e consumatori, è avere consapevolezza dei fenomeni che si celano dietro i nostri gesti quotidiani, esattamente come avviene per gli acquisti alimentari. Ecco perché frequentando il nostro Mercatino Solidale è possibile, almeno una volta alla settimana, rinfrancarsi da tutte le problematiche che scaturiscono dal mondo dell’industria alimentare globalizzata. Prima parlavamo di passata di pomodoro, impossibile non citare i nostri amici dell’associazione Diritti a Sud di Nardò che producono una salsa buonissima garantendo ai lavoratori, locali ed extracomunitari, contratti di lavoro regolari e condizioni lavorative e di vita dignitose. Se una piccola organizzazione può fare tutto ciò allora potrebbe farlo anche la grande industria? Certo, ma questo dipende anche dal valore che noi consumatori diamo al lavoro delle persone che lavorano nei campi per raccogliere i frutti che noi consumiamo.

Ovvero, mi ripeto, la questione è quanto siamo disposti a pagare in più, rispetto al prezzo attuale, per garantire una paga dignitosa ai lavoratori. Sono fermamente convinto che non è certo una questione di volontà, se avessimo a nostra volta paghe “dignitose”, tutti saremmo disposti a pagare di più pur di non generare sfruttamento e disperazione. Tuttavia, com’è ben noto, le retribuzioni medie in Italia sono sensibilmente più basse rispetto a quelle degli altri paesi maggiormente industrializzati del mondo e la capacità di arrivare a fine mese si riduce sempre più nelle famiglie italiane. Questo si traduce nella stringente necessità di mantenere prezzi bassi per di evitare la contrazione dei consumi, quindi, indurre stati di recessione economica. Il risultato di questo mercato che incassa poco con le proprie vendite si propaga inesorabilmente a ritroso sulla filiera punto vendita – grande distribuzione organizzata – industria alimentare – produttore – lavoratore. Chi ne paga le maggiori conseguenze è, ovviamente, l’anello più debole della catena, il lavoratore. Insomma, hai visto mai che il caporalato si combatte anche con una opportuna politica economica!

In conclusione, in questo stato di anestesia generalizzata di consumatori e filiere produttive, vi invito a misurare il livello di civiltà del popolo italiano dal valore che diamo al lavoro, provate voi stessi a fare una valutazione e a dare il vostro punteggio. Magari ne riparleremo, per il momento, a mio avviso, siamo tutti rimandati a settembre!

Alcune risorse per approfondire

Caporalato e sfruttamento in agricoltura – integrazionemigranti.gov.it

Migrazione e sfruttamento del lavoro – Report progetto Demetra prima parte – Università di Siena

Migrazione e sfruttamento del lavoro – Report progetto Demetra seconda parte – Università di Siena

Le condizioni abitative dei migranti che lavorano nel settore agro-alimentare

SfruttaZero – La salsa di pomodoro senza aggiunta di sfruttamento del lavoro


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