Agribusiness: chi inquina ci guadagna

In materia di diritto ambientale, almeno nell’Unione Europea, vige il principio chi inquina paga, secondo cui chi inquina deve pagare per le misure di prevenzione, controllo e riparazione dell’inquinamento causato e per i costi dell’inquinamento sostenuti dalla società. Ebbene, questo sembrerebbe non valere per le produzioni industriali di carne a scopi alimentari, dal momento che, nonostante le evidenze sull’impronta ecologica di questa tipologia di processo produttivo, dalla seconda metà del secolo scorso la diffusione degli allevamenti intensivi è cresciuta in maniera costante e la tendenza a livello globale non si è ancora invertita, con il benestare delle varie autorità governative mondiali.

Secondo il CIWF – Compassion in World Farming, nel mondo, ogni anno, vengono allevati circa 70 miliardi di animali, principalmente pollame, bovini, suini e ovini, di cui l’80% in stabilimenti intensivi. In Italia la maggior parte degli allevamenti intensivi è localizzata tra Piemonte, Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna, circa 9 milioni di bovini (il 75% in allevamenti intensivi) e 8,5 milioni di suini.

L’affare plurimiliardario degli allevamenti intensivi

Nel mese di ottobre 2022 è stato aperto a Ezhou, nella provincia di Hubei in Cina, il più grande stabilimento al mondo destinato all’allevamento intensivo di maiali. Un grattacielo di ventisei piani in grado di ospitare 650 mila maiali e di macellare fino a 1 milione e 200 mila esemplari all’anno!

Il grattacielo per l’allevamento intensivo di suini a Ezhou nella provincia di Hubei in Cina

Ma, come mai i cinesi si lanciano in questa mega-operazione? La risposta è in una sola parola: business.

La Cina, impegnata ormai da tempo nella sua scalata economica a livello mondiale, non poteva certo perdere l’occasione di mettere le mani sul mercato mondiale della carne, uno fra i più redditizi a livello globale. Già da un po’ di anni aziende cinesi avevano acquisito la proprietà di importanti stabilimenti statunitensi con l’obiettivo di imparare dai leader del mercato i segreti di questo processo produttivo.

Gli impianti per la produzione intensiva di maiali operativi negli Stati Uniti d’America, come nel resto del mondo, sono realizzati con enormi capannoni all’interno dei quali vivono gli animali. Accanto ai capannoni enormi vasche di contenimento delle deiezioni, veri e propri laghi a cielo aperto, diffondono nell’ambiente odori insopportabili. Le enormi quantità di liquami prodotte dagli animali vengono smaltite tramite spargimento sui terreni, provocando inquinamento della terra e delle acque. Con i liquami finiscono nel terreno le sostanze chimiche in essi contenute, come gli antibiotici somministrati per scongiurare il proliferare di virus e l’insorgenza di epidemie negli allevamenti, oltre alla chimica utilizzata per il trattamento.

Allevamento intensivo di suini nel North Carolina
Allevamento intensivo nel Nord Italia

Così, dopo aver acquisito le skill del caso, i cinesi si sono lanciati in questo progetto addirittura innovativo dal punto di vista del trattamento dei liquami, che a Ezhou vengono utilizzati per produrre gas tramite digestione anaerobica (che non è di per sé una cosa pulita), ma non privo delle problematiche ambientali già descritte. A tutto questo si aggiunga la grande quantità di acqua impiegata nel ciclo produttivo, la sottrazione all’agricoltura di immensi terreni coltivabili per far posto a monocolture di cereali e semi oleosi utilizzati come mangime, la conseguente perdita di biodiversità, la deforestazione del polmone del mondo per far crescere soia.

Il modello economico è quello della produzione di enormi quantità di beni di consumo a basso costo e alla portata di qualsiasi fascia di reddito, inducendo cambiamenti permanenti nelle abitudini di consumo e nuove forme di dipendenza delle popolazioni mondiali da tali prodotti. Insomma, non importa se in questo caso parliamo di cibo, l’approccio è diametralmente opposto all’etica del wellness. I problemi sociali, sanitari e ambientali e i relativi costi saranno a carico della collettività, l’unico obiettivo dei grandi gruppi industriali è fare soldi, tanti soldi.

Cosa si mangia di buono negli allevamenti intensivi?

Poco di buono e sempre la solita minestra fatta di un mix di mais e soia, almeno per i suini e per il pollame (le cui carni, alla fine, avranno lo stesso sapore). Proprio questo è forse l’aspetto più preoccupante del sistema degli allevamenti intensivi. La produzione della soia nel mondo è controllata da poche multinazionali. Negli Stati Uniti quattro aziende detengono il 70% del mercato e si stima che, già oggi, il 30% delle terre arabili nel mondo sia impiegato per la produzione di mais e semi oleosi. Monocolture con estensioni chilometriche che sottraggono terre ai contadini e all’agricoltura tradizionale, distruggono la biodiversità e rendono impossibile la coltivazione nelle terre limitrofe, perché l’uso massiccio di pesticidi induce i parassiti a spostarsi nelle aree confinanti non trattate andando ad aggredire le eventuali coltivazioni messe in campo dalle popolazioni indigene.

Ormai la soia è diventata una commodity, perciò le multinazionali del settore fanno la corsa all’accaparramento di terre coltivabili per la sua produzione. È eclatante il caso della foresta amazzonica, che negli ultimi decenni ha subito una riduzione del 40% per far posto alle piantagioni di mais e soia destinati alla zootecnia.

La progressiva riduzione della Foresta amazzonica – fonte vegolosi.it

La distruzione della più grande foresta pluviale del mondo, secondo gli esperti, si starebbe avviando sempre più velocemente verso un punto di non ritorno, raggiunto il quale sarà impossibile fare qualcosa per rimediare. La deforestazione libera nell’aria enormi quantità di CO2 fino ad allora fissate nelle piante e nel terreno, contribuendo in maniera massiccia all’innalzamento di gas serra, quindi, al riscaldamento globale, come afferma la quasi totalità di esperti e scienziati di tutto il mondo. Senza contare che il numero sempre minore di alberi fisserà sempre meno CO2 nel terreno in futuro.

Provate ad immaginare il viaggio che compie la soia, ad esempio, dal Brasile verso la Cina. Viene prodotta in Brasile, caricata su un camion che dopo 3000 chilometri la conduce in un porto, dove viene imbarcata su una nave che la trasporta per altri 20000 chilometri in un porto cinese, dove viene ancora caricata su un treno e trasportata per altri 2000 chilometri prima di finire nelle mangiatoie degli animali!

Ecco chi ci guadagna

In tutto questo ciclo sono in tanti a guadagnarci, oltre alle aziende proprietarie degli allevamenti intensivi. Ci sono le multinazionali che producono i cereali e la soia destinati alla produzione dei mangimi che registrano ricavi annui di circa 400 miliardi di dollari. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) sottolinea che l’uso dei cereali come mangime rappresenta una minaccia per la sicurezza alimentare, in quanto riduce le calorie e proteine alimentari disponibili per il consumo umano. Secondo il Programma delle nazioni unite per l’ambiente (UNEP), la quantità di cereali che si prevede di destinare agli animali allevati da qui al 2050 potrebbe essere utilizzata per nutrire più di 3,5 miliardi di persone ogni anno.

Poi c’è anche il settore dei pesticidi e dei fertilizzanti utilizzati nella produzione dei cereali e della soia per i mangimi, si parla di 15 litri per ettaro coltivato a soia, una enormità di veleni che inquinano il terreno e le falde acquifere, oltre al rischio che possano finire nei nostri piatti insieme alla carne, alla stregua degli antibiotici.

C’è anche il settore della genetica animale, che fornisce agli allevamenti intensivi animali selezionati per crescere a ritmi più rapidi e produrre più carne, latticini e formaggi di quanto non farebbero naturalmente.

Anche la salute a rischio, oltre l’ambiente

Una filiera molto articolata progettata e messa in piedi dai grandi gruppi del settore con l’unico obiettivo di generare profitti, nonostante le ricadute nefaste sugli ecosistemi locali e sul clima globale. Ma anche a scapito della salute di noi consumatori. Infatti, oltre alla possibilità di contaminazioni della carne con pesticidi e antibiotici, c’è da considerare il problema dell’eccessivo consumo di carne, che viene indotto dalla enorme disponibilità e varietà di prodotto trasformato e dai prezzi bassi al consumo.

Si calcola che le popolazioni dei paesi occidentali assumano in media un quantitativo giornaliero di 3400 kilocalorie pro-capite. Sul podio Belgio e Austria con quasi 3800 calorie/dì, USA con oltre 3600 calorie, Italia al nono posto con oltre 3500. In Cina l’assunzione giornaliera si attesta intorno alle 3000 calorie con tendenza in crescita, anche dietro la spinta degli ingenti investimenti sugli allevamenti intensivi da parte dell’industria alimentare cinese. L’accaparramento degli asset per la produzione di carne sta inesorabilmente modificando le abitudini alimentari delle popolazioni verso consumi sempre maggiori di questo alimento, con evidenti problematiche di qualità della vita e salute.

Le assunzioni caloriche registrate sono eccessive rispetto al reale fabbisogno – dovremmo essere tutti fisicamente attivi e atletici, invece l’obesità è una patologia sempre più diffusa nei paesi occidentali e, badate bene, soprattutto fra le fasce di reddito più basse. Senza citare le diverse patologie legate all’eccessivo consumo di carne, specialmente quella rossa, come le malattie cardiovascolari, il diabete di tipo 2 e l’insorgenza di tumori.

La “fabbrica di carne” in Europa e in Italia

La situazione non è granché migliore nella nostra antica e dotta Europa. Proprio nello scorso mese di luglio il Parlamento Europeo ha votato contro le richieste della stessa Commissione europea e contro le indicazioni dei ministri dell’ambiente UE, concedendo agli allevamenti di bovini l’esclusione dalla direttiva sulle emissioni industriali e lasciando inalterate le soglie dimensionali per gli allevamenti di suini e pollami. Un vero e proprio lasciapassare per le lobby agricole, che, esercitano pressioni puntuali ed efficaci sui parlamentari europei per non avere ostacoli nei propri disegni industriali. Ovvie soddisfazioni anche dai produttori italiani. Anche se gli allevamenti intensivi, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, sono responsabili del 54 per cento di tutte le emissioni di metano di origine antropica sul territorio dell’Ue.

Sono queste le azioni che fanno capire come il negazionismo in materia di cambiamenti climatici sia solo una narrazione messa in campo per difendere gli interessi economici.

In Italia si allevano soprattutto polli, ma anche galline, maiali, mucche, pecore, capre e conigli. La maggior parte degli allevamenti in Italia sono di bovini, circa 131 mila allevameni, situati principalmente in Lombardia. A seguire ci sono Veneto, Lazio, Piemonte, Sicilia e Campania. La Campania è la regione italiana con il maggior numero di allevamenti di bufali, 1200, la metà del totale nazionale.

Una stalla di bovini in allevamento intensivo – fonte ciatoscana.it

Gli allevamenti avicoli sono circa 10 mila. La regione con il maggior numero di allevamenti è il Veneto, seguito da Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Lazio. Questa tipologia di allevamenti sono in numero inferiore perché ogni struttura può arrivare a ospitare decine di migliaia di animali che, nel giro di poco più di un mese, avranno raggiunto il peso sufficiente per essere macellati.

Gli allevamenti di suini in Italia sono circa 27 mila, con la produzione di tipo intensivo concentrata ancora una volta in Lombardia, dove vengono allevati la metà di tutti i suini presenti nel territorio nazionale. Questi animali in Italia vengono spesso impiegati per la produzione di prodotti esportati in tutto il mondo, come prosciutti DOPsalumi e altri insaccati.

Ovini e caprini sono tra i più numerosi, con oltre 130 mila aziende. La maggior parte si trova in Sardegna, seguita da Lombardia, Sicilia e Calabria. Nonostante questi numeri, l’Italia importa oltre 120 mila agnelli soltanto nel periodo di Pasqua.

Cosa dire dopo questa lunga carrellata? Anche noi italiani abbiamo ampiamente abbracciato la filosofia suggerita al mondo dai nostri cugini d’America, pur conservando le peculiarità che contraddistinguono le nostre eccellenze alimentari. Nel giro di poco più di mezzo secolo il nostro stile di vita e le nostre abitudini alimentari hanno subito cambiamenti abissali, in una corsa senza freni verso il mito del benessere economico a tutti i costi.

Molti di noi, se non tutti, abbiamo appreso dai racconti dei nostri nonni che, ai loro tempi, la carne era un lusso e si mangiava solo a Pasqua, a Natale e, quando andava bene, in qualche altra festa comandata. Oggi puoi comprare un hamburger da McDonald’s spendendo €1,30, un euro e trenta centesimi! E stai pagando la carne, il panino, la cipolla, il cetriolo, la salsina, il packaging, il servizio degli addetti, i macchinari per la preparazione e gli altri costi di esercizio… e buon appetito! 😉

Gli allevamenti estensivi che non fanno male all’ambiente – fonte ilgiornaledelcibo.it

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Qualche link per approfondire

Allevamenti intensivi nemici del pianeta – WWF Italia

L’amazzonia contribuisce al riscaldamento globale (ma la colpa è dell’uomo) – National Geographic

Deforestazione da record in Amazzonia nei primi sei mesi del 2022 – WWF

Amazzonia: ecco chi lucra sulla deforestazione illegale

Le emissioni di ammoniaca e metano del settore agricolo in Europa

Parlamento UE, via libera ad inquinare per gli allevamenti intensivi

Via i bovini dalla direttiva sulle emissioni industriali – eunews.it

Report e statistiche del Sistema Informativo Veterinario italiano

Allevamento estensivo: intervista a un esperto di zootecnia – il giornaledelcibo.it

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